a cura del Dr Gaspare Costa
Riconoscere ed identificare le cause che contribuiscono ad innescare ed alimentare gli attacchi di panico vuol dire poter arricchire, in un ottica di intervento e prevenzione, gli strumenti clinici necessari alla cura dell'ansia e degli attacchi di panico. La letteratura e l’esperienza clinica concordano
nel ritenere che il primo attacco di panico è spesso preceduto da eventi stressanti significativi sia di natura psicologica che fisica. Attacchi di panico in persone serene e sicure di se, senza fattori stressanti di rilievo sono alquanto rari o, in ogni caso, meno frequenti. L’ansia è una risposta normale ma non scontata di entrambe le categorie di fattori stressanti. L’intensità dell’ansia a seguito dello stress non sempre innesca un attacco di panico, mentre, al contrario, si possono avere attacchi di panico anche quando l'ansia è moderata e i fattori di stress poco evidenti. Perché l'ansia ad alcuni scatena gli attacchi di panico e ad altri no? Per rispondere a questa domanda sono stati chiamati in causa lo Stress, le caratteristiche di personalità e l’iperventilazione
- Lo stress psicologico può essere rappresentato da eventi di vita quali possono essere separazioni, divorzi, lutti, licenziamenti, trasferimenti, problemi sentimentali, problemi finanziari, incomprensioni coniugali ma anche matrimoni, nascita di figli, promozioni e altri eventi correlati con un significativo aumento del senso della responsabilità ( importante fattore da approfondire in sede di terapeutica) e quindi dell’ansia, della tensione e dello stress.
- Lo stress fisico può essere rappresentato da condizioni di “esaurimento”, affaticamento da eccessivo lavoro, abuso di droghe e alcol, scarso sonno, diete esagerate, ipoglicemia e varie altre malattie.
Le caratteristiche di personalità,
ovvero il modo abituale in cui normalmente ci comportiamo, proviamo
emozioni ed interagiamo con gli altri, rappresenta il nucleo della
nostra identità, ci dà continuità nel tempo e ci differenzia dagli
altri. Le persone che soffrono di attacchi di panico spesso si
descrivono come ansiose, sensibili, emotive, nervose, tendenti ad
angosciarsi e a preoccuparsi eccessivamente. Le persone con queste
caratteristiche presentano una vulnerabilità maggiore ad andare incontro
ad attacchi di panico e, più in generale, a soffrire di disturbi d’ansia.
In particolare queste persone hanno la tendenza a rispondere agli
eventi stressanti, sia di natura psicologica che fisica, con reazioni
fisiologiche allarmanti sui cui focalizzano la loro attenzione. In
sostanza queste persone quando si allarmano o si preoccupano sono più
facilmente soggette a reazioni fisiologiche dovute all’ansia che,
paradossalmente, vengono interpretate come ulteriori segnali di pericolo
che, a cascata, possono provocare la crisi di panico. Questa
particolare predisposizione ad interpretare le comuni risposte
fisiologiche dell’ansia attribuendovi valenze catastrofiche (infarto, svenimento, morte, impazzimento)
è nota come Anxiety Sensitivity, un costrutto che misura la
"sensibilità" nel modo in cui si interpretano le sensazioni fisiche
dovute all’ansia.
La
costante attenzione focalizzata sui segnali provenienti dal proprio
corpo e dall'ambiente circostante favorisce la paura di un imminente
attacco di panico. Facciamo un esempio per comprendere meglio il
concetto, immaginiamo una persona che ha avuto il suo primo attacco di panico durante una normale fila al supermercato
(il contesto può riguardare allo stesso modo altri luoghi e situazioni
come i mezzi pubblici, la guida, i luoghi affollati, i cinema etc.):
all’inizio è probabile che questa persona, presumibilmente già stressata
e con una elevata predisposizione all’ansia e alla preoccupazione,
cominci a sentire alcune sensazioni interne allarmanti ( il cuore che
batte più velocemente, il respiro che diventa più faticoso, un dolore al
petto, vampate di calore, sudorazione, senso di sbandamento etc.) che
la spaventano ulteriormente.
L’interpretazione catastrofica di questi sintomi dell’ansia
come infarto non fa altro che accrescere la minaccia e quindi di
aumentare ulteriormente l’ansia finché non si innesca una vera e
propria crisi di panico con l’idea focale che è in atto un attacco di
cuore. A questo punto la persona chiederà aiuto è probabilmente verrà
portata al pronto soccorso dove, dopo gli esami di rito, gli verrà
diagnosticato un “semplice” attacco di panico. E’ chiaro che
questa persona, specie quando si troverà in contesti simili (file, posti
affollati etc.), sarà comprensibilmente focalizzata su ogni minima
sensazione del suo corpo alla ricerca di segni che possano anticipare il
pericolo di un nuovo attacco di panico.
Il
paradosso di questo meccanismo a circolo vizioso è rappresentato dal
fatto che più la persona cerca sensazioni anticipatorie e più le trova (
focalizzazione selettiva), l’interpretazione di questi stati interni
come pericolosi aumenta l’ansia di poter aver un imminente attacco di panico che,
a sua volta, accentua i sintomi in una specie di profezia che si auto
avvera. In conclusione, le persone con alcune caratteristiche come un
eccesiva emotività, la tendenza a preoccuparsi o ad essere ansiosi,
sono persone più vulnerabili alle situazioni stressanti e, in
particolare, allo stress rappresentato dalla paura di potere avere un attacco di panico.
L'iperventilazione. Ci si focalizzerà ora su un aspetto rilevante della risposta di attacco o fuga nei problemi di panico e nell'agorafobia,
cioè l'iperventilazione o eccesso di respirazione. L'iperventilazione
peggiora i sintomi dovuti alle sensazioni prodotte dall’ansia. Si è
visto che chi soffre di attacchi di panico con o senza agorafobia ha
più paura di questi sintomi che della situazione che considera
pericolosa, la paura della situazione o del luogo è infatti secondaria
alla paura di avere un attacco di panico. L’iperventilazione ha
la capacità di alterare il normale equilibrio tra ossigeno e anidride
carbonica nel sangue. L'equilibrio tra ossigeno e anidride carbonica è
molto importante e viene mantenuta principalmente attraverso il ritmo e
la profondità della respirazione. Il tasso adeguato di respirazione è di
circa 10-14 respiri al minuto. Sebbene la respirazione è controllata
automaticamente, essa può anche essere controllata volontariamente.
Di conseguenza, il controllo volontario del respiro negli stati di paura e di stress può risultare alterato poiché serve più ossigeno per combattere o fuggire da una situazione percepita come pericolosa. L'effetto più importante dell’iperventilazione
è quello di produrre un calo di anidride carbonica e dunque una
riduzione di questo elemento in proporzione alla quantità di ossigeno.
Questo squilibrio porta alla costrizione dei vasi sanguigni in
particolari aree del corpo e del cervello. L’effetto di questo
disequilibrio comporta il fatto che non solo in alcune aree del corpo
arriverà meno sangue ma rende anche più difficile che l’ossigeno
contenuto in questo sangue sia liberato nei tessuti. Questa riduzione
dell’ossigeno dovuta all’iperventilazione ha come conseguenza la
manifestazione di sintomi molto simili a quelli dell’attacco di panico:
• Senso di mancanza d'aria
• Senso di testa leggera
• Senso di stordimento
• Senso di irrealtà e di stranezza del proprio corpo
• Senso di irrealtà delle cose circostanti • Senso di confusione
• Tachicardia, cuore che batte più velocemente
• Sensazione di spilli o di formicolio alle mani, ai piedi e al viso
• Rigidità muscolare
• Mani sudate
• Bocca o gola secca
Uno dei sintomi più angoscianti dell’iperventilazione è la sensazione di mancanza d'aria.
Questo bisogno d’aria può spingere la persona a respirare ancora più
velocemente peggiorando in questo modo la situazione. Se
l’iperventilazione si protrae possono manifestarsi i seguenti sintomi
aggiuntivi:
• Sensazione di fatica a respirare
• Sensazione di costrizione, di peso o di dolore al torace
• Vertigini • Nausea
• Paralisi muscolari
•
Aumento dell'apprensione e del senso di allarme, fino al terrore che
qualcosa di terribile stia per accadere, per esempio un attacco di
cuore, una emorragia cerebrale o persino la morte.
Si può notare come i sintomi dell'iperventilazione siano simili a quelli degli attacchi di panico e come sia semplice interpretarli come segno della presenza di una grave malattia
fisica. Chi li interpreta in questo modo diventa più ansioso,
l'iperventilazione aumenta ed i sintomi, non solo persistono, ma
peggiorano. Se l'iperventilazione rimane contenuta non si ha un attacco di panico
ma solo un prolungato stato di apprensione. È importante sottolineare
che l'iperventilazione fa parte della risposta di attacco o fuga, è
quindi parte di una normale risposta fisiologica non pericolosa; i
sintomi relativi sono spiacevoli, fastidiosi e possono spaventare, ma
non sono dannosi e scompaiono quando si smette di iperventilare. Nella
terapia degli attacchi di panico lo psicoterapeuta cognitivo comportamentale può spiegare questi meccanismi e insegnare ai pazienti dei metodi di respirazione (respirazione diaframmatica) che hanno lo scopo di annullare i sintomi dell’iperventilazione e produrre uno stato di rilassamento.
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