sabato 23 febbraio 2013
La paura dei cambiamenti
In genere ogni uomo è chiamato, lungo la propria esistenza, ad
affrontare dei cambiamenti di vario tipo: professionali, affettivi o
biologici che siano, essi rappresentano certamente una sfida importante e
talvolta producono un alto livello di ansia.
Da uno studio effettuato su un campione di 394 soggetti emerse che gli
eventi più stressanti per un individuo risultavano essere i cambiamenti
come la morte di un coniuge, il divorzio, o la separazione; cioè tutte
quelle circostanze in cui avviene un distacco e siamo in qualche modo
costretti a riorganizzare la nostra esistenza.
Generalmente l’esordio del disturbo di panico avviene proprio
all’interno di un contesto di cambiamento di vita come l’inizio di una
nuova attività, l’iscrizione ad un’Università, un trasferimento in
un’altra città, o anche alle soglie di un matrimonio.
Momenti in cui gli abituali stili di vita possono cambiare radicalmente,
segnando un passaggio nella storia dell’individuo, e portando in sé la
paura del nuovo.
Una delle caratteristiche dei resoconti di chi soffre di attacchi di
panico è quello di essere caratterizzati da una descrizione stereotipata
del periodo precedente all’insorgenza del disturbo: come se ci fosse
una linea ben marcata che segna la differenza tra lo stare perfettamente
a posto e il cadere nella patologia.
È come se l’individuo si rifugiasse in una dimensione che ha più a che
fare con il mito che con gli avvenimenti passati; descrive porzioni
della propria esistenza in espressioni lapidali: un’infanzia serena e
spensierata, un’adolescenza turbolenta, una vita integerrima: queste
ricostruzioni storiche però sono spesso traballanti ed impediscono ogni
possibilità di vera comprensione.
Quale che sia il cambiamento da affrontare è bene prendere in
considerazione la considerazione secondo cui nulla rimane lo stesso ad
aeternum, eppure non è difficile cadere nella trappola mentale di
elogiare un qualche tempo passato in cui tutto sembrava andare
perfettamente: i bei tempi andati: quando ci sentiamo bloccati dobbiamo
capire che è impossibile che ciò che è nuovo non invecchi, che ciò che è
funzionante non s’inceppi, che tutto rimanga uguale a prima.
Ecco perché Pier Paolo Pasolini scriveva in degli splendidi versi che
“Solo l’amare, solo il conoscere conta, non l’aver amato, non l’aver
conosciuto. Dà angoscia il vivere di un consumato amore. L’anima non
cresce più”.
Ebbene, sono tanti che si appassionano ai “consumati amori”, a tutto
ciò che è passato vivendo in maniera inconsapevole il presente: quando
il passato viene utilizzato come punto d’appoggio per svalorizzare il
momento attuale allora sappiamo di stare commettendo un pericoloso
sbaglio poiché ci si lascia sfuggire tutte quelle occasioni che sono
davanti ai propri occhi.
Erich Berne, padre della analisi transazionale, descriveva questa sorta
di autoinganno attraverso l’analisi del mito della bella addormentata
nel bosco: la principessa si addormenta punta da un fuso ma dopo tanti
anni il principe la bacia e lei si sveglia e vissero felici e contenti;
con l’unico piccolo particolare che nella realtà la principessa ha
vent’anni di più, e li ha persi dormendo.
Quella della perdita è un tema scottante e molte volte una delle
principali motivazioni per cui si intraprende un’analisi coincide con
l’esigenza di ritrovare un determinato momento in cui si sente di aver
vissuto pienamente certi aspetti della propria esistenza: momenti che
difficilmente possono essere ritrovati poiché fanno parte della storia
irripetibile di ogni individuo.
Ciò che è necessario capire in questi casi è che indispensabile volgere
lo sguardo verso il futuro focalizzando l’attenzione sulle proprie
possibilità evolutive; ma per fare questo dobbiamo avere la capacità di
saper guardare al nostro passato capendo il modo in cui lo si utilizza;
questo permette di ritrovare un nuovo equilibrio e l’accettazione di
nuove forze in campo: per dirla con le parole dell’antico filosofo greco
Eraclito, scoprire che “Panta rei”, tutto scorre.
Non è un caso che la stessa psicologia dell’età evolutiva si occupi non
solo dei bambini, ma di ogni fascia di età poiché ogni individuo si
trova sempre in un processo di evoluzione e di trasformazione.
Sono i cosiddetti passaggi che ogni uomo è chiamato ad attraversare:
accanto ai cambiamenti biologici vi sono cambiamenti psicologici che non
possono essere che alimentati dalle proprie scelte di vita.
Così come il bambino piccolo impara a camminare reggendosi sulle sue
gambe ed abbandonando il procedere a carponi così a livello psicologico
diventa importante potersi reggere proprie gambe e contare sulle proprie
forze.
Quello del passaggio diventa un tema fondamentale anche se spesse volte è
costellato di difficoltà ed imprevisti: sono i momenti in cui è
necessario rischiare la nostra personalità ed accettare la sfida.
Non tutti sono disposti a fare questo, e non è un caso che culturalmente
si sia spostata l’età dell’adolescenza ad un tempo riservato agli
adulti: adolescenza come terra di mezzo, come quando “non sei né carne
né pesce”.
È forse proprio in queste rinascite dettate dal cambiamento che
l’individuo può avvertire con maggior impeto la propria fragilità e la
paura davanti alla vita.
Ad un tratto è come se si dovesse fare un grande salto nel vuoto, ma
ciò di cui possiamo essere certi è che questi salti nel vuoto non sono
un rischio reale, ma consentono una qualità della vita totalmente
diversa.
Non è difficile incontrare persone che si sono negate questi passaggi,
continuando con noncuranza a condurre la vita di sempre, rimanendo
fedele alla stesse premesse iniziali.
Sono poi quelle stesse persone che finiscono per accettare tutta una
serie di compromessi dolorosi con la faticosa sensazione che “così è la
vita”.
Ed allora riconoscere, per dirla con le parole di Philippe Petit
funambolo e scrittore, che “I limiti esistono soltanto nell’anima di chi
è a corto di sogni”, vuol dire tradurre la propria vita in un’arte
dell’essere.
Occorre, insomma, attivarsi per poter ridecidere della propria
esistenza, riaprendo le porte alla fantasia, alla creatività tenendo
viva la fiamma della propria energia vitale.
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